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La via, non il traguardo

Pratico le arti marziali dal 1987.

In quasi quarant’anni di allenamento, una delle cose su cui più spesso vedo confusione è l’aspetto spirituale dell’arte marziale.

Molti pensano che “spirituale” significhi religioso, psicologico o addirittura mistico.

In realtà non è nulla di tutto questo.

Lo spirito nelle arti marziali non riguarda una fede particolare, né un sistema di credenze.

È qualcosa di molto più semplice e allo stesso tempo più profondo: la ricerca di sé stessi.

Le arti marziali possono essere praticate da chiunque, credente o non credente.

La ricerca interiore è indipendente dalla religione.

È un lavoro personale, silenzioso, continuo.

La domanda più difficile: “Sei felice”.

Negli ultimi anni, forse perché l’età porta con sé un’aura di maturità, mi viene chiesto spesso se io sia felice.

Anche stamattina, al parco, una signora mi ha chiesto se gli esercizi che stavo facendo servissero a “trovare la felicità”.

È una domanda difficile.

Io sono felice mentre mi alleno:perché sono all’aperto,

perché continuo gli insegnamenti dei miei maestri,

perché cerco la perfezione tecnica,

perché sento il corpo e la mente lavorare insieme.

Ma le mie ansie, le mie paure, i miei problemi non spariscono.

Sono sempre lì, alle mie spalle, come forze che si affrontano e si osservano.

Non li metto da parte per poi riprenderli dopo:uso la pratica per imparare ad affrontarli.

Non la ricerca della felicità, ma la ricerca di séL’arte marziale non è un percorso per isolarsi dal mondo o per rifugiarsi in una felicità artificiale.

È un cammino di miglioramento personale, lento, lungo, spesso faticoso.

Per questo si parla di Dō, la Via.

Non esiste un punto di arrivo.

Esiste solo il passo successivo.

E ogni passo è un modo per conoscersi meglio, per diventare più stabili, più centrati, più veri.