Intervista a Sandro Furzi
Con grande piacere presento ai soci della nostra associazione sportiva e ai lettori del nostro sito Sandro Furzi.
Ho conosciuto Sandro alcuni anni fa, inizialmente via mail, mentre cercavo informazioni sulla scuola di spada che pratica: la Tennen Rishin Ryū, una tradizione marziale ricca di storia e profondità.
Quello scambio, nato quasi per caso, si è trasformato nel tempo in un incontro reale e significativo.
Grazie a lui ho potuto avvicinarmi non solo alla scuola, ma anche alla sua visione del Budō: sincera, rigorosa, rispettosa delle radici e della trasmissione autentica.
Per chi desidera conoscere più a fondo il Budō e la Tennen Rishin Ryū, consiglio di seguire il suo canale YouTube:https://youtube.com/@bunbu-menteecorpo?si=Sc_7IHvL6tijRVgy
Un luogo dove studio, pratica e cultura marziale si incontrano con grande chiarezza.
– Puoi presentarti ai nostri lettori?
Mi chiamo Sandro Furzi e pratico arti marziali da più di venticinque anni.
Il mio percorso è iniziato in Italia, ma si è sviluppato profondamente in Giappone, paese dove vivo da circa quindici anni.
Qui ho avuto modo di approfondire i miei studi sulla lingua, sulla storia e sulla cultura giapponese, e soprattutto di entrare in contatto diretto con il mondo delle scuole tradizionali di spada.
Sono un discepolo della Tennen Rishin Ryū, una scuola di arti marziali tradizionali codificata alla fine del XVIII secolo, composta essenzialmente dall’arte della scherma, il kenjutsu, e da quella del combattimento corpo a corpo, il taijutsu.
Pratico sotto la guida del maestro Katō Kyōji, con l’obiettivo di approfondirne la trasmissione tecnica e culturale.
-Quando e perché hai iniziato le arti marziali?
Ho iniziato intorno ai quattordici anni perché, giocando come portiere a calcio, avevo bisogno di una disciplina che mi aiutasse a vincere la paura dello scontro con gli avversari.
Un preparatore atletico della nostra squadra mi consigliò di avvicinarmi alle arti marziali. Tramite conoscenze in comune, ebbi la possibilità di incontrare un maestro di spada che aveva vissuto in Giappone per molti anni.
Oltre ai rudimenti della scherma, mi avviò anche allo studio della cultura giapponese in senso più ampio.
Nel frattempo visitai altri dōjō di spada, incoraggiato anche dal mio maestro, che non aveva una scuola vera e propria, ma mi accorsi presto che il mondo del kenjutsu, del kendō e dello iaidō, l’arte di estrarre velocemente la spada e colpire l’avversario, veniva spesso trattato come se si trattasse di discipline completamente separate.
Io invece cercavo un punto d’incontro: volevo capire il filo comune che univa il bokutō, la spada di legno, lo shinai, la spada di bambù utilizzata nel kendō, e la shinken, la spada vera.
Questa curiosità è stata il motore di tutto il mio percorso
-Come hai scoperto la Tennen Rishin Ryū?
Sempre su suggerimento del mio maestro, finite le superiori mi iscrissi alla Facoltà di Studi Orientali dell’Università La Sapienza di Roma, scegliendo come indirizzo Lingua e Letteratura Giapponese.
Volevo capire in maniera “accademica” il Giappone e, per farlo, iniziai a leggere molti libri in lingua originale, anche per migliorare le mie competenze linguistiche.
Essendo appassionato di storia, rimasi affascinato dai romanzi di cappa e spada, in giapponese jidai shōsetsu, ambientati nel Bakumatsu, l’ultimo periodo feudale giapponese, che va dal 1853 al 1868
In quasi tutti i libri che leggevo, la Tennen Rishin Ryū veniva menzionata spessissimo e le gesta degli spadaccini che adoperavano questo stile prendevano forma nella mia mente.
Promisi quindi a me stesso che avrei praticato la Tennen Rishin Ryū qualora fossi riuscito ad andare in Giappone per un periodo di studio prolungato.
Questa possibilità mi si presentò a ventitré anni, quando andai in Giappone come studente presso l’Università di Tōkyō.
La fortuna volle che il mio dormitorio si trovasse ad appena dieci minuti in bicicletta dal luogo dove Kondō Yūgorō, figlio adottivo di Kondō Isamu, comandante dello Shinsengumi e quarto maestro della Tennen Rishin Ryū, aveva fondato lo Hatsuunkan Dōjō.
All’epoca, nel 2008, non era facile trovare informazioni online o contattare i dōjō via email, quindi dovetti letteralmente andare sul posto e cercare.
Alla fine venni indirizzato verso il maestro Hirai Taisuke, di cui divenni immediatamente allievo e con il quale rimasi fino alla sua morte, avvenuta nel 2013.
Da allora sono uno studente del maestro Katō Kyōji, a cui il maestro Hirai Taisuke aveva concesso la licenza di Menkyo, il più alto grado raggiungibile nella nostra scuola.
-Cosa pensi possa dare a un praticante odierno lo studio della spada giapponese?
Credo che lo studio della spada giapponese possa dare moltissimo, soprattutto se viene affrontato non come semplice esercizio estetico, ma come disciplina completa.
La spada obbliga a confrontarsi con la distanza, il tempo, il corpo, la paura, la decisione e il controllo di sé.
Anche se oggi non viviamo più nel mondo dei samurai, il tipo di attenzione richiesto da queste arti rimane estremamente attuale.
Ogni movimento rivela qualcosa: la postura, la respirazione, la capacità di restare calmi sotto pressione, la volontà di non cedere quando ci si trova davanti a qualcuno più forte.
Per me, il valore più grande non è “imparare a combattere” in senso superficiale, ma costruire un corpo e una mente capaci di resistere, adattarsi e migliorare attraverso una pratica severa ma onesta.
-Quali sono gli obiettivi della tua scuola?
L’obiettivo principale è preservare e trasmettere la Tennen Rishin Ryū nel modo più serio possibile, rispettandone la tradizione ma senza trasformarla in un oggetto da museo.
Questa scuola non è soltanto un insieme di kata: è una cultura marziale nata in un contesto storico preciso, in cui la pratica della spada era legata anche al combattimento con protezioni, al confronto con altri praticanti e allo sviluppo di una forte struttura fisica e mentale.
Il nostro scopo è quindi studiare la tecnica, la storia e lo spirito della scuola, formando praticanti consapevoli.
Personalmente sogno anche che, in futuro, possa esistere uno spazio di incontro tra diverse scuole tradizionali, una sorta di “gekikenkai”, dove praticanti di vari ryūha possano confrontarsi in modo amichevole e crescere insieme.
-Qual è un episodio divertente che ti è capitato in questi anni?
Uno degli episodi che ricordo con più affetto risale a una mia esperienza presso lo Haga Dōjō.
Si tratta di una scuola di spada nota per una pratica molto intensa, legata a una concezione del kendō più vicina al budō che allo sport moderno.
Dopo un allenamento durissimo, in cui ero stato colpito, spinto, messo sotto pressione e portato al limite, ero semplicemente felice di essere ancora in piedi.
Alla fine, il maestro Uki si avvicinò sorridendo e mi disse qualcosa come: “Di solito, dopo il nostro allenamento, non ci sono molte persone che vogliono continuare”.
Io, che in quel momento pensavo solo di essere sopravvissuto, riuscii solo a rispondere sorridendo: “Maestro, capisco benissimo cosa intende”.
Fu un momento divertente, ma anche molto significativo: mi fece capire che, per diventare più forti, non esiste alternativa al confrontarsi con persone molto più forti e preparate di noi.



