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Aprile 2026

150 150 ASD Centro Studi Arti Marziali

La consapevolezza della pratica

Io sento una grande responsabilità nella mia formazione personale e nell’addestramento quotidiano.
Perché la consapevolezza della pratica è ricordare, in ogni momento, che dietro a ogni nostro gesto c’è l’impegno e il sacrificio di chi ci ha preceduto.

Il gesto consapevole è gratitudine in movimento.

Andrea Stoppa Shihan

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Differenze tra Yi Quan, I Ken e Tai Ki Ken

1) Yi Quan (意拳) – Il sistema originale cinese- Creato da Wang Xiangzhai.

– Basato su zhanzhuang, shi li, mocabu, fali, tuishou, sanshou.

– Approccio interno, scientifico, senza forme codificate.

– Obiettivo: sviluppare intenzione, struttura, forza interna e reattività naturale.

—2) I Ken / I Chuan / I Quan

– Solo un altro nome per Yi Quan

– È la traslitterazione giapponese di Yi Quan. – Non è uno stile diverso: indica lo stesso sistema di Wang Xiangzhai.

– In Giappone però si è sviluppata una situazione particolare, perché lo I Ken è stato insegnato da maestri cinesi a praticanti giapponesi già immersi nel budo.

—🇯🇵 Le due correnti giapponesi dello I Ken

A) Lo Yi Quan insegnato dal Maestro Sun Li (in Giappone chiamato Son Ri) che ha trasmesso lo Yi Quan in modo molto fedele all’originale cinese.

– Tuttavia, il suo metodo didattico in Giappone ha ricevuto una forte influenza dal Kyokushin Karate.

– Risultato:

– struttura delle lezioni più “marziale” e lineare, – enfasi su postura, radicamento e fali,

– adattamento alla mentalità del dojo giapponese,

– maggiore attenzione al combattimento rispetto alle scuole cinesi più “salutistiche”.

È la corrente più “pura” ma con un’impronta Kyokushin-style nell’insegnamento.

—B) Lo I Ken insegnato da Son Ri all’interno di scuole che già praticavano Tai Ki Ken

– Alcuni dojo giapponesi che già praticavano Tai Ki Ken hanno invitato Son Ri per integrare lo Yi Quan.

– In questi contesti, lo I Ken è stato fuso con la metodologia del Tai Ki Ken.

– Risultato:

– comparsa di esercizi originali, non presenti né nello Yi Quan cinese né nel Tai Ki Ken classico,

– maggiore dinamismo,

– lavoro su spostamenti, colpi circolari e sensibilità,

– un sistema ibrido, molto pratico e orientato al combattimento.

Questa corrente è la più “creativa” e rappresenta una sintesi giapponese tra Yi Quan e Tai Ki Ken.

–3) Tai Ki Ken (大気拳) – L’adattamento giapponese- Creato da Kenichi Sawai, dopo aver studiato con Yao Zongxun (allievo diretto di Wang Xiangzhai).

– Sawai non ricevette l’intero curriculum interno dello Yi Quan, quindi lo completò con: – concetti del budo giapponese,

– lavoro sul tanden,

– principi di judo, kendo e karate.

– Risultato:

– stile molto orientato al combattimento, – movimenti circolari, guardia mobile, colpi esplosivi,

– esercizi propri (come tanren dinamici e passi caratteristici).

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Pensieri sulla pratica

Ricorda.

Persegui sempre l’obiettivo dell’equilibrio interiore.

Accetta consigli soltanto da chi può essere esemplare, come il tuo maestro.

Le tue battaglie, combattile da solo e senza l’aiuto di nessuno. Ne uscirai più forte e indipendente, come sa fare lo Scorpione migliore.

Taglia qualsiasi rapporto con chi non è stato onesto e trasparente come tu lo sei stato con lui.

Non hai bisogno di regolare le tue emozioni, specie sui social.

“Non esistono mille modi per combattere, ne esiste soltanto uno: vincere.”

Martino Montanaro

Sensei, cintura nera 2 Dan

Istruttore Karate Kyokushin Kenbukai presso il dojo di Pordenone.

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BJJ – Corso a Padova

Sabato 25 Aprile è stata una giornata di formazione per il nostro Maestro Andrea e per il nostro allievo Alexandro Puiatti, che si sono recati a Padova per il ventennale della fondazione della locale sede Tribe, “festeggiato” con un seminario sui passaggi in pressione, tenuto dal Maestro Federico Tisi.

Ogni occasione è buona per imparare, anche in un giorno festivo!

Go Tigers, go Tribe!

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Prenditi una pausa


In ginocchio, in seiza, con gli occhi chiusi.

C’è un momento, durante l’allenamento, in cui tutto si ferma: il rumore, la fretta, la voglia di “fare”. Rimane solo il respiro. È lì che i bambini imparano qualcosa che va oltre la tecnica: la capacità di fermarsi prima del prossimo passo.

Chiudere gli occhi non significa spegnere il mondo, ma imparare a guardarsi dentro.
Significa riconoscere il lavoro fatto, lasciarlo sedimentare, e prepararsi con più consapevolezza a ciò che verrà.

In un’epoca che corre, questo è un piccolo atto di forza.
E loro, sul tatami, lo stanno già imparando.

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