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Febbraio 2026

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Il kamae che respira

A chi occorre, a chi può, a chi non può

Nel dojo si parla spesso di kamae come “posizione”, “guardia”, “atteggiamento”.
Ma chi vive le arti marziali oltre la superficie sa che il kamae non è una posa, non è un riposo, non è un gesto congelato.
Il kamae respira.

E soprattutto: non è uguale per tutti.
C’è chi ne ha bisogno, chi può sostenerlo, e chi ancora non può.

Questa distinzione non è un giudizio: è un principio di realtà, un modo onesto di guardare alla pratica.


  1. A chi occorre?
    Il kamae occorrerebbe a molti più praticanti di quanto si creda.
    Occorre a chi deve costruire una struttura interna che ancora non c’è, o che c’è solo a tratti.

Occorre a chi:

  • si irrigidisce per paura di perdere equilibrio,
  • collassa per mancanza di consapevolezza,
  • confonde la forza con la tensione,
  • confonde la morbidezza con il cedimento.

Per queste persone, il kamae è una medicina: organizza, chiarisce, educa.
È un ponte tra il corpo che si ha e il corpo che si vorrebbe avere.


  1. A chi può
    Il kamae può essere compreso e sostenuto da chi ha già attraversato un certo cammino.
    Non serve essere forti: serve essere disponibili.

Chi può sostenere un kamae vivo è chi ha imparato a:

  • respirare senza trattenere,
  • radicarsi senza pesare,
  • essere pronto senza anticipare,
  • essere calmo senza spegnersi.

Qui emergono le tre radici che convivono nella tua pratica:

Kyokushin
Dà la linea, la determinazione, la struttura che non cede.

Tai Ki Ken
Dà la spirale, la morbidezza, la capacità di sentire il terreno come un alleato.

I-Ken
Dà la presenza mentale, il silenzio, l’intenzione che precede il gesto.

Chi può, integra.
Chi può, respira dentro la forma.
Chi può, trasforma il kamae in relazione.


  1. A chi non può
    Non può chi cerca di “mettersi in posizione” come si mette un oggetto su uno scaffale.
    Non può chi pensa che il kamae sia una foto da imitare.
    Non può chi vuole la forma senza il processo.

Non può ancora — e va benissimo così — chi:

  • E’ troppo rigido per sentire,
  • E’ troppo morbido per reggere,
  • E’ troppo veloce per ascoltare,
  • E’ troppo lento per reagire.

Il dojo non giudica: indica il momento giusto. E per alcuni, il momento del kamae vivo non è ancora arrivato.


4. La struttura che non posa, non riposa, ma respira

Quando la struttura respira, accade qualcosa di semplice e potente:

Il corpo non posa: funziona

Il corpo non riposa: ascolta

Il corpo non si mostra: si organizza

Il corpo non si difende: si prepara

È un kamae che non è più “di stile”, ma “di persona”.


5. Il kamae come calligrafia del praticante

Ogni postura è un ideogramma scritto dal corpo: racconta ciò che hai studiato, ciò che hai capito, ciò che hai lasciato andare.

Chi occorre, chi può, chi non può: ognuno scrive un tratto diverso. E tutti sono necessari.


Il vero kamae non è un gesto tecnico. È un modo di stare nel mondo.

A chi occorre, insegna. A chi può, rivela. A chi non può, aspetta.

E in ogni caso, respira.

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Zen e arti marziali

Ho iniziato a praticare gli esercizi del Ritsu Zen intorno al 1993, senza immaginare che quei primi momenti di immobilità apparente avrebbero tracciato una linea così profonda nella mia vita. All’epoca non cercavo nulla di particolare: solo un modo per ascoltare meglio il mio corpo, per trovare un punto fermo dentro il movimento continuo delle giornate.

Nel 1997, mentre il mio percorso nel Judo si avvicinava alla sua naturale conclusione, sentii il bisogno di esplorare qualcosa di diverso. Fu allora che incontrai un maestro cinese che, osservandomi, decise di insegnarmi lo I-Ken. Disse che era più adatto a me rispetto al Tai Chi Chuan, e forse aveva visto qualcosa che io ancora non sapevo riconoscere. Con lui imparai soprattutto il palo retto e le tecniche di combattimento: essenziali, dirette, prive di ornamenti. Da lì iniziò un cammino che non si è più interrotto.

Negli anni successivi ho seguito diversi maestri, in Italia e all’estero. Ogni incontro aggiungeva un tassello, una sfumatura, un modo diverso di percepire la stessa energia. I miei numerosi viaggi in Giappone mi hanno poi permesso di approfondire non solo lo I-Ken, ma soprattutto il Taikiken, che è diventato una parte fondamentale del mio modo di praticare e di comprendere il movimento.

Oggi il mio intento è semplice e allo stesso tempo ambizioso: continuare a praticare e condividere ciò che ho imparato. Vorrei aiutare le persone a scoprire quanto la meditazione possa essere una presenza concreta nella vita quotidiana, e come attraverso questi stili sia possibile far emergere le proprie capacità marziali, indipendentemente dall’età. Perché la forza non è solo un fatto fisico: è un modo di stare nel mondo, di respirare, di ascoltare, di essere presenti.

Andrea Stoppa Sensei

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Cos’è il karate a contatto?

Karate a contatto ≠ Kickboxing o MMA col kimono

Quando il karate prevede forme di combattimento a contatto — che sia full contact, knockdown, kumite a contatto controllato, o altre varianti — rimane comunque karate, perché:

  • La struttura tecnica (posizioni, principi di distanza, uso dell’anca, biomeccanica dei colpi) resta quella del karate.
  • La pedagogia è diversa: il contatto è un mezzo per sviluppare efficacia, non il fine.
  • Il regolamento deriva dalla tradizione del karate, non da sport da ring.
  • L’intenzione del colpo segue i principi del karate: linearità, penetrazione, kime, controllo della distanza.
  • La postura e il ritmo non sono quelli della kickboxing o dell’MMA, che hanno logiche completamente diverse.

Dire che “karate a contatto = kickboxing col kimono” è come dire che il judo da competizione è “wrestling in pigiama”: una semplificazione che ignora storia, metodo e finalità.

🥊 Kickboxing e MMA hanno un’altra logica

  • Sono sport da ring nati per massimizzare lo scambio continuo.
  • La guardia è più alta e chiusa.
  • Il footwork è diverso.
  • Le combinazioni sono pensate per il volume, non per il principio di ikken hissatsu.
  • L’uso del corpo è orientato alla resistenza allo scambio, non alla generazione di potenza da un singolo colpo.

La confusione nasce perché quando si introduce il contatto pieno nel karate, dall’esterno può sembrare “simile” a sport da ring. Ma la somiglianza è superficiale: il motore interno è un altro.

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E dopo allenamento?

In realtà bastano davvero poche righe per sottolineare un punto fondamentale: alla fine di una lezione di arti marziali, prendersi un momento per discutere gli elementi chiave è cruciale. È un modo per fissare i concetti, chiarire dubbi e consolidare l’apprendimento.

E tu come ti trovi con questo approccio?

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Zen: corpo/mente immutabili

L’immobilità consapevole è una pratica centrale nello Zen e nelle arti interne: non è semplice quiete, ma una presenza intensa e vigile. Restare fermi diventa una scelta deliberata: sospendi il movimento esterno per lasciare emergere quello interno. In questa pausa il corpo si rivela, mostrando tensioni, micro-movimenti e abitudini che normalmente sfuggono. La postura stabile offre alla mente un contenitore sicuro: i pensieri rallentano, le emozioni si chiariscono, il respiro si distende.

Con il tempo, l’immobilità passa dalla volontà all’abbandono: il corpo trova un equilibrio spontaneo, la mente smette di “tenere” la posizione. L’attenzione si fa ampia e tridimensionale, non più puntata su un singolo oggetto ma diffusa, come una luce che illumina tutto senza sforzo. Anche il tempo cambia consistenza: diventa più denso, più presente, come se ogni istante avesse più spazio.

Nelle arti marziali questa quiete è forza: radica, stabilizza, affina la percezione. Ma soprattutto è un incontro con sé stessi. Restare immobili significa restare con ciò che c’è, senza fuggire né reagire. È una forma di libertà semplice e profonda, che nasce dal coraggio di stare, pienamente, nel momento presente.

(Nella foto: Sawai Kenichi Sensei, fondatore del Tai Ki Ken)

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