Vincere in gara o nella vita?
Molti anni fa, in occasione di una gara organizzata da un mio ex allievo, un mio studente subì una serie vergognosa di falli durante il suo incontro. L’avversario, anch’egli proveniente dalla palestra del mio ex allievo, non fu mai sanzionato, né richiamato dal suo insegnante, né tantomeno dall’arbitro, appartenente alla stessa organizzazione.Ho impiegato molti anni a comprendere come sia stato possibile che un atleta e il suo maestro arrivassero a commettere falli in gara, e che un arbitro potesse essere così cieco da non intervenire. Alla fine, ho capito il motivo: il loro errore è stato spalancare le porte delle palestre a insegnanti che si vantavano apertamente di fare falli, sostenendo che in questo modo l’avversario si sarebbe ricordato di loro.Ma questo non è budo, né tantomeno combattimento da strada. È un totale tradimento del rispetto, dell’educazione marziale e dell’onore, perché nelle arti marziali l’onore è tutto. L’onore è rispetto per se stessi e per le regole. Il combattimento è una ritualizzazione di un evento reale, e proprio per questo va affrontato con onore: si vince rispettando le regole e l’avversario. Se non lo fai, sarai un perdente per sempre, nel dojo e nella vita.E proprio in questo spirito, uno dei motivi per cui seguo la scuola Kyokushin Kenbukai è la perfetta aderenza agli ideali del Budo dei suoi insegnanti e praticanti. Qualche anno fa, in occasione di una gara in Croazia, Masahiro Kaneko, Kaicho della nostra organizzazione, mi mandò un messaggio: «Buona fortuna, che vinciate o perdiate, non dimenticatevi i valori del Budo.»Questa è la via delle arti marziali. Questo è il modo corretto di insegnare lo sport e la disciplina.



