Il Kimono bianco

Da quasi quarant’anni vivo le arti marziali, e una cosa non è mai cambiata: il valore del kimono bianco.
Un colore scelto all’inizio non per filosofia, ma perché era semplicemente il più economico da produrre.
E proprio da quella semplicità è nata l’idea della purezza: purezza d’intenti, purezza dell’anima, un cuore candido davanti alle difficoltà della vita.Oggi però vedo di tutto: kimono mimetici, rosa, verdi, multicolore, kimono con animali, scritte giapponesi, kimono dei Jedi, kimono di Batman.
Divertenti, sì.
Ma lontani dall’essenza marziale.È vero: in alcune discipline il colore del kimono ha un valore storico, legato all’evoluzione della scuola.
E in certe occasioni — dimostrazioni, pratica delle armi, tradizioni specifiche di alcune scuole di karate — un kimono colorato è perfettamente accettato.
Ma nella pratica quotidiana, il kimono dovrebbe tornare a essere bianco.Per un motivo semplice:
sul bianco si vede tutto.
La pulizia, la cura, il rispetto.
Un kimono sporco si nota subito, e questo educa più di mille parole.Qualche mese fa, nella base americana di Aviano, ho visto un bambino piangere perché il suo compagno aveva un kimono blu e lui no.
Aveva già un bianco e un nero, ma non bastava.
Piangeva per “il blu”.Eppure nel mondo ci sono bambini che praticano judo o jiu-jitsu senza tatami, senza magliette, senza nulla.
Quella scena mi ha colpito profondamente.
Mi ha ricordato perché, nella mia scuola, chiedo a tutti di iniziare con un kimono bianco, e perché nei raduni ufficiali preferisco che tutti lo indossino.Perché il kimono non è un trofeo.
Non è moda.
È uno strumento di pratica, educazione e crescita.Ritrovare il bianco significa ritrovare l’essenza:
semplicità, decoro, rispetto del denaro, e soprattutto l’idea che sul tatami siamo tutti uguali.



