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ASD Centro Studi Arti Marziali

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Procedura di iscrizione (per gli interessati)

Con l’inizio della stagione sportiva 2025/2026, invitiamo tutti coloro che sono interessati ad iscriversi per la prima volta ai corsi della nostra ASD a leggere il seguente articolo: Moduli per l’iscrizione all’ASD.

Vi aspettiamo!

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Moduli per l’iscrizione all’ASD

Domanda di tesseramento

Domanda di ammissione a socio

Dichiarazione consenso trattamento dati personali

Richiesta visita medica

Questi sono i moduli necessari per l’iscrizione alla nostra ASD.

Come funzionano i moduli?

  • Scaricate i moduli
  • Apriteli, e compilateli (potete compilarli da computer o a mano, come preferite)
  • Stampateli e portateli in palestra.

Fatto!

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A futura memoria

Appendere le foto dei maestri fondatori o delle figure più rappresentative del Budo non è un semplice ornamento. È un gesto che custodisce memoria e gratitudine, ricorda la disciplina che ci ha preceduti e ci ricorda quella che siamo chiamati a incarnare. Guardare quei volti significa riconoscere una storia più grande di noi, sentirsi parte di una linea di pratica e di valori che continua attraverso ogni allenamento. In questo modo il dojo non è solo un luogo: diventa un ponte vivo con le radici del Budo.

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La forza è fermare!

La vera forza è fermare, non vincere!

Il proverbio «È una gloria evitare le contese, attaccar briga è proprio degli stolti» risuona profondamente con il significato originario dello ideogramma Bu (武).
Nella sua etimologia più antica, Bu non indica “combattere”, ma fermare la lancia:

  • 止 (shi) = fermare
  • 戈 (ko) = lancia

Il Budō autentico non nasce per alimentare lo scontro, ma per interrompere la spirale della violenza.
È un’arte che mira a neutralizzare l’attacco prima che diventi conflitto, proprio come il proverbio invita a riconoscere la saggezza nel non lasciarsi trascinare nelle contese inutili.

In questo senso, il Budō e il proverbio condividono la stessa intuizione:

  • lo stolto reagisce, provoca, alimenta;
  • il saggio vede l’attacco nascere e lo disinnesca, dentro e fuori di sé.

Fermare la lancia non è passività: è maestria del tempo, del corpo e del cuore.
È la capacità di scegliere la via che preserva l’armonia, anche quando sarebbe più facile lasciarsi trascinare dall’ego.

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Karate: seminario a Mantova

Andrea Stoppa Shihan sarà nuovamente a Mantova, per un seminario di tre giorni, non solo di karate kyokushinkai ma, grande novità, di taikiken .

Ci vediamo il 20 ,21 e 22 marzo nella città di Virgilio!

Per informazioni Mattia Pedrazzoli Sensei 3495040620

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L’opposto dello sport

Tai Ki Ken e Yi Quan sono l’esatto contrario del motto olimpico “Citius, Altius, Fortius”.

Là dove l’atletica moderna cerca velocità, elevazione e forza, queste discipline cercano l’opposto: radicamento, lentezza, pienezza.

Nel Tai Ki Ken e nello Yi Quan il corpo non deve superare un limite, ma ritrovare la sua origine.

La lentezza non è mancanza di potenza: è ascolto.

Il radicamento non è immobilità: è presenza.

L’abbandono della forza non è debolezza: è maturità del gesto.

Il movimento diventa completo, rotondo, interno. Le espressioni si rilassano, la forza si dissolve, l’energia si organizza da sola.

Non “più veloce, più alto, più forte”. Ma più pieno, più consapevole, più vero.

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Il kamae che respira

A chi occorre, a chi può, a chi non può

Nel dojo si parla spesso di kamae come “posizione”, “guardia”, “atteggiamento”.
Ma chi vive le arti marziali oltre la superficie sa che il kamae non è una posa, non è un riposo, non è un gesto congelato.
Il kamae respira.

E soprattutto: non è uguale per tutti.
C’è chi ne ha bisogno, chi può sostenerlo, e chi ancora non può.

Questa distinzione non è un giudizio: è un principio di realtà, un modo onesto di guardare alla pratica.


  1. A chi occorre?
    Il kamae occorrerebbe a molti più praticanti di quanto si creda.
    Occorre a chi deve costruire una struttura interna che ancora non c’è, o che c’è solo a tratti.

Occorre a chi:

  • si irrigidisce per paura di perdere equilibrio,
  • collassa per mancanza di consapevolezza,
  • confonde la forza con la tensione,
  • confonde la morbidezza con il cedimento.

Per queste persone, il kamae è una medicina: organizza, chiarisce, educa.
È un ponte tra il corpo che si ha e il corpo che si vorrebbe avere.


  1. A chi può
    Il kamae può essere compreso e sostenuto da chi ha già attraversato un certo cammino.
    Non serve essere forti: serve essere disponibili.

Chi può sostenere un kamae vivo è chi ha imparato a:

  • respirare senza trattenere,
  • radicarsi senza pesare,
  • essere pronto senza anticipare,
  • essere calmo senza spegnersi.

Qui emergono le tre radici che convivono nella tua pratica:

Kyokushin
Dà la linea, la determinazione, la struttura che non cede.

Tai Ki Ken
Dà la spirale, la morbidezza, la capacità di sentire il terreno come un alleato.

I-Ken
Dà la presenza mentale, il silenzio, l’intenzione che precede il gesto.

Chi può, integra.
Chi può, respira dentro la forma.
Chi può, trasforma il kamae in relazione.


  1. A chi non può
    Non può chi cerca di “mettersi in posizione” come si mette un oggetto su uno scaffale.
    Non può chi pensa che il kamae sia una foto da imitare.
    Non può chi vuole la forma senza il processo.

Non può ancora — e va benissimo così — chi:

  • E’ troppo rigido per sentire,
  • E’ troppo morbido per reggere,
  • E’ troppo veloce per ascoltare,
  • E’ troppo lento per reagire.

Il dojo non giudica: indica il momento giusto. E per alcuni, il momento del kamae vivo non è ancora arrivato.


4. La struttura che non posa, non riposa, ma respira

Quando la struttura respira, accade qualcosa di semplice e potente:

Il corpo non posa: funziona

Il corpo non riposa: ascolta

Il corpo non si mostra: si organizza

Il corpo non si difende: si prepara

È un kamae che non è più “di stile”, ma “di persona”.


5. Il kamae come calligrafia del praticante

Ogni postura è un ideogramma scritto dal corpo: racconta ciò che hai studiato, ciò che hai capito, ciò che hai lasciato andare.

Chi occorre, chi può, chi non può: ognuno scrive un tratto diverso. E tutti sono necessari.


Il vero kamae non è un gesto tecnico. È un modo di stare nel mondo.

A chi occorre, insegna. A chi può, rivela. A chi non può, aspetta.

E in ogni caso, respira.