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Zen e arti marziali

Ho iniziato a praticare gli esercizi del Ritsu Zen intorno al 1993, senza immaginare che quei primi momenti di immobilità apparente avrebbero tracciato una linea così profonda nella mia vita. All’epoca non cercavo nulla di particolare: solo un modo per ascoltare meglio il mio corpo, per trovare un punto fermo dentro il movimento continuo delle giornate.

Nel 1997, mentre il mio percorso nel Judo si avvicinava alla sua naturale conclusione, sentii il bisogno di esplorare qualcosa di diverso. Fu allora che incontrai un maestro cinese che, osservandomi, decise di insegnarmi lo I-Ken. Disse che era più adatto a me rispetto al Tai Chi Chuan, e forse aveva visto qualcosa che io ancora non sapevo riconoscere. Con lui imparai soprattutto il palo retto e le tecniche di combattimento: essenziali, dirette, prive di ornamenti. Da lì iniziò un cammino che non si è più interrotto.

Negli anni successivi ho seguito diversi maestri, in Italia e all’estero. Ogni incontro aggiungeva un tassello, una sfumatura, un modo diverso di percepire la stessa energia. I miei numerosi viaggi in Giappone mi hanno poi permesso di approfondire non solo lo I-Ken, ma soprattutto il Taikiken, che è diventato una parte fondamentale del mio modo di praticare e di comprendere il movimento.

Oggi il mio intento è semplice e allo stesso tempo ambizioso: continuare a praticare e condividere ciò che ho imparato. Vorrei aiutare le persone a scoprire quanto la meditazione possa essere una presenza concreta nella vita quotidiana, e come attraverso questi stili sia possibile far emergere le proprie capacità marziali, indipendentemente dall’età. Perché la forza non è solo un fatto fisico: è un modo di stare nel mondo, di respirare, di ascoltare, di essere presenti.

Andrea Stoppa Sensei

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Cos’è il karate a contatto?

Karate a contatto ≠ Kickboxing o MMA col kimono

Quando il karate prevede forme di combattimento a contatto — che sia full contact, knockdown, kumite a contatto controllato, o altre varianti — rimane comunque karate, perché:

  • La struttura tecnica (posizioni, principi di distanza, uso dell’anca, biomeccanica dei colpi) resta quella del karate.
  • La pedagogia è diversa: il contatto è un mezzo per sviluppare efficacia, non il fine.
  • Il regolamento deriva dalla tradizione del karate, non da sport da ring.
  • L’intenzione del colpo segue i principi del karate: linearità, penetrazione, kime, controllo della distanza.
  • La postura e il ritmo non sono quelli della kickboxing o dell’MMA, che hanno logiche completamente diverse.

Dire che “karate a contatto = kickboxing col kimono” è come dire che il judo da competizione è “wrestling in pigiama”: una semplificazione che ignora storia, metodo e finalità.

🥊 Kickboxing e MMA hanno un’altra logica

  • Sono sport da ring nati per massimizzare lo scambio continuo.
  • La guardia è più alta e chiusa.
  • Il footwork è diverso.
  • Le combinazioni sono pensate per il volume, non per il principio di ikken hissatsu.
  • L’uso del corpo è orientato alla resistenza allo scambio, non alla generazione di potenza da un singolo colpo.

La confusione nasce perché quando si introduce il contatto pieno nel karate, dall’esterno può sembrare “simile” a sport da ring. Ma la somiglianza è superficiale: il motore interno è un altro.

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E dopo allenamento?

In realtà bastano davvero poche righe per sottolineare un punto fondamentale: alla fine di una lezione di arti marziali, prendersi un momento per discutere gli elementi chiave è cruciale. È un modo per fissare i concetti, chiarire dubbi e consolidare l’apprendimento.

E tu come ti trovi con questo approccio?

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Zen: corpo/mente immutabili

L’immobilità consapevole è una pratica centrale nello Zen e nelle arti interne: non è semplice quiete, ma una presenza intensa e vigile. Restare fermi diventa una scelta deliberata: sospendi il movimento esterno per lasciare emergere quello interno. In questa pausa il corpo si rivela, mostrando tensioni, micro-movimenti e abitudini che normalmente sfuggono. La postura stabile offre alla mente un contenitore sicuro: i pensieri rallentano, le emozioni si chiariscono, il respiro si distende.

Con il tempo, l’immobilità passa dalla volontà all’abbandono: il corpo trova un equilibrio spontaneo, la mente smette di “tenere” la posizione. L’attenzione si fa ampia e tridimensionale, non più puntata su un singolo oggetto ma diffusa, come una luce che illumina tutto senza sforzo. Anche il tempo cambia consistenza: diventa più denso, più presente, come se ogni istante avesse più spazio.

Nelle arti marziali questa quiete è forza: radica, stabilizza, affina la percezione. Ma soprattutto è un incontro con sé stessi. Restare immobili significa restare con ciò che c’è, senza fuggire né reagire. È una forma di libertà semplice e profonda, che nasce dal coraggio di stare, pienamente, nel momento presente.

(Nella foto: Sawai Kenichi Sensei, fondatore del Tai Ki Ken)

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BJJ – Il lavoro in piedi

Nel Jiu-Jitsu brasiliano, le tecniche di proiezione non sono semplici “entrate” per portare l’avversario a terra: sono il primo vero momento in cui si decide chi guiderà il ritmo del combattimento. Una buona proiezione permette di scegliere come e dove atterrare, mantenendo equilibrio, controllo e iniziativa.

Conoscere questi movimenti significa saper leggere la distanza, anticipare lo sbilanciamento e trasformare l’energia dell’avversario in un vantaggio immediato. Inoltre, le proiezioni creano transizioni pulite verso il gioco a terra, aprendo la strada a passaggi di guardia più sicuri e a posizioni dominanti.

In un’arte marziale dove il terreno è il cuore della strategia, saper iniziare lo scambio nel modo giusto fa la differenza tra reagire e condurre. Le proiezioni, quindi, non sono un dettaglio: sono un linguaggio tecnico che completa il Jiu-Jitsu e ne amplifica l’efficacia.