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Il kamae che respira

A chi occorre, a chi può, a chi non può

Nel dojo si parla spesso di kamae come “posizione”, “guardia”, “atteggiamento”.
Ma chi vive le arti marziali oltre la superficie sa che il kamae non è una posa, non è un riposo, non è un gesto congelato.
Il kamae respira.

E soprattutto: non è uguale per tutti.
C’è chi ne ha bisogno, chi può sostenerlo, e chi ancora non può.

Questa distinzione non è un giudizio: è un principio di realtà, un modo onesto di guardare alla pratica.


  1. A chi occorre?
    Il kamae occorrerebbe a molti più praticanti di quanto si creda.
    Occorre a chi deve costruire una struttura interna che ancora non c’è, o che c’è solo a tratti.

Occorre a chi:

  • si irrigidisce per paura di perdere equilibrio,
  • collassa per mancanza di consapevolezza,
  • confonde la forza con la tensione,
  • confonde la morbidezza con il cedimento.

Per queste persone, il kamae è una medicina: organizza, chiarisce, educa.
È un ponte tra il corpo che si ha e il corpo che si vorrebbe avere.


  1. A chi può
    Il kamae può essere compreso e sostenuto da chi ha già attraversato un certo cammino.
    Non serve essere forti: serve essere disponibili.

Chi può sostenere un kamae vivo è chi ha imparato a:

  • respirare senza trattenere,
  • radicarsi senza pesare,
  • essere pronto senza anticipare,
  • essere calmo senza spegnersi.

Qui emergono le tre radici che convivono nella tua pratica:

Kyokushin
Dà la linea, la determinazione, la struttura che non cede.

Tai Ki Ken
Dà la spirale, la morbidezza, la capacità di sentire il terreno come un alleato.

I-Ken
Dà la presenza mentale, il silenzio, l’intenzione che precede il gesto.

Chi può, integra.
Chi può, respira dentro la forma.
Chi può, trasforma il kamae in relazione.


  1. A chi non può
    Non può chi cerca di “mettersi in posizione” come si mette un oggetto su uno scaffale.
    Non può chi pensa che il kamae sia una foto da imitare.
    Non può chi vuole la forma senza il processo.

Non può ancora — e va benissimo così — chi:

  • E’ troppo rigido per sentire,
  • E’ troppo morbido per reggere,
  • E’ troppo veloce per ascoltare,
  • E’ troppo lento per reagire.

Il dojo non giudica: indica il momento giusto. E per alcuni, il momento del kamae vivo non è ancora arrivato.


4. La struttura che non posa, non riposa, ma respira

Quando la struttura respira, accade qualcosa di semplice e potente:

Il corpo non posa: funziona

Il corpo non riposa: ascolta

Il corpo non si mostra: si organizza

Il corpo non si difende: si prepara

È un kamae che non è più “di stile”, ma “di persona”.


5. Il kamae come calligrafia del praticante

Ogni postura è un ideogramma scritto dal corpo: racconta ciò che hai studiato, ciò che hai capito, ciò che hai lasciato andare.

Chi occorre, chi può, chi non può: ognuno scrive un tratto diverso. E tutti sono necessari.


Il vero kamae non è un gesto tecnico. È un modo di stare nel mondo.

A chi occorre, insegna. A chi può, rivela. A chi non può, aspetta.

E in ogni caso, respira.